
Alexander Zverev ha impiegato anni per arrivare a questo momento. Non perché gli mancassero talento, potenza o qualità atletiche, ma perché il tennis, a volte, pretende che si attraversi un lungo corridoio di delusioni prima di aprire la porta della consacrazione. Questa domenica, al Roland Garros, il tedesco ha finalmente smesso di inseguire la storia per entrarne a far parte.
La finale contro Flavio Cobolli ha offerto tutti gli ingredienti di un grande romanzo sportivo. Zverev ha conquistato il primo set con autorità, come se volesse chiudere rapidamente la pratica. Ma il giovane italiano ha ricordato subito che le finali Slam raramente concedono scorciatoie.
Cobolli, alla sua prima esperienza in una finale di questo livello, è cresciuto con il passare dei giochi. Quella che all’inizio sembrava una comprensibile tensione si è trasformata progressivamente in una prestazione coraggiosa e matura. Ha trovato risposte al servizio devastante del tedesco e ha trascinato il match in territori molto più incerti.

Ed è proprio lì che è riapparso il fantasma che per anni ha accompagnato Zverev. Le finali perse, le occasioni sprecate e le ferite sportive sembravano essersi accomodate ancora una volta in prima fila sul Philippe-Chatrier. Il ricordo degli US Open del 2020 e di altre sconfitte dolorose aleggiava sulla terra rossa parigina.
Quando Cobolli si è aggiudicato il quarto set al tie-break, costringendo l’incontro al quinto, molti hanno immaginato l’ennesimo capitolo della stessa storia. Persino il fastidio fisico mostrato da Zverev alla gamba destra sembrava alimentare quel copione già visto troppe volte.
Questa volta, però, qualcosa è cambiato. Forse l’esperienza accumulata, forse la stanchezza di essere considerato il migliore senza uno Slam, o forse semplicemente quella maturità che arriva dopo aver incassato tanti colpi. Fatto sta che Zverev non è crollato.
Il tedesco ha iniziato il quinto set con una determinazione diversa da quella mostrata nelle finali precedenti. Ha strappato subito il servizio a Cobolli, lo ha fatto nuovamente poco dopo e ha trasformato l’incertezza in controllo assoluto. Improvvisamente il match ha smesso di essere una battaglia mentale per diventare una dimostrazione di superiorità.
È vero che il torneo gli aveva aperto una porta difficilmente ripetibile. Le eliminazioni premature di Jannik Sinner e Novak Djokovic, unite all’assenza di Carlos Alcaraz, avevano liberato un percorso che raramente si presenta nel tennis moderno. Ma un tabellone favorevole non consegna trofei: serve comunque il sangue freddo per approfittarne.

Cobolli lascia Parigi senza la coppa, ma con la certezza di aver annunciato il proprio arrivo tra i protagonisti del tennis mondiale. Il suo percorso conferma ancora una volta la straordinaria vitalità della scuola italiana.
Per Zverev, invece, questa giornata significa qualcosa di più. Non ha vinto soltanto un torneo. Ha chiuso una discussione che lo inseguiva da anni. A ventinove anni, dopo innumerevoli tentativi, nessuno potrà più definirlo per ciò che gli mancava. Il Roland Garros gli ha finalmente consegnato l’unica cosa che la sua carriera continuava a reclamare: una corona del Grande Slam.
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